Andrea Francolino | Personal Website - Mostre, Show, Packaging, Spamming

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Il packaging come emblema ed icona del consumismo riporta immediatamente ed inevitabilmente alla mente l'opera di Andrea Francolino; la sua è una ricerca accurata, un lavoro meticoloso, a tratti estenuante che agisce per mezzo della denuncia, servendosi di varie armi come: la pubblicità, il prodotto commerciale e in alcuni frangenti anche dell'ironia.

Una presa di coscienza netta e determinata, che ha portato Francolino ad orientarsi verso un'ulteriore e se vogliamo ancora più sensibile e concettualmente approfondita analisi in comunione con l'essenzialità.

L'indagine attuale, affinata ma anche più diretta, critica e cruda, si rivolge ad una tematica, che non prende in considerazione solo l'uomo occidentale nel suo habitat, ma in questo caso l'individuo viene fermamente obbligato ad un confronto con il suo simile, colui che vive nel così detto terzo mondo.

Andrea Francolino ha utilizzato uno scaffale da supermercato di circa sei metri, sul quale ha installato e disposto i prodotti commerciali recuperati dall'immondizia, ponendo così in relazione l'entità e quindi il peso della spazzatura che una persona appartenente ad un paese "sviluppato" produce nell'arco di un mese, con la quantità di prodotti che utilizza un uomo nel mondo "sottosviluppato" nello stesso lasso di tempo.

Se invece volessimo rappresentare il peso della spazzatura che produce in un anno una persona che vive nei paesi più industrializzati, ci vorrebbero ben dodici scaffali come questo.

I dati e il rapporto testimoniano una netta ed agghiacciante sperequazione: oltre 700 packaging consumati, pari a 44,944 di spazzatura minima generata da un abitante del mondo "sviluppato", contro 5 packaging consumati da una persona che vive nel terzo mondo. Il rapporto, udite-udite è: 1/150!

Il dato è evidentemente allarmante e pone in essere numerose considerazioni, che vanno dall'evidente differenza di potere economico commerciale e quindi del conseguente squilibrio della ricchezza tra i paesi più potenti e quelli poveri, l'utilizzo eccessivo, sproporzionato e sconsiderato che mettiamo in atto giornalmente, il più delle volte molto superiore al nostro reale fabbisogno e quindi inutile, e in ultimo, ma non meno drammatico, la quantità e la dannosità dei rifiuti e il conseguente problema dello smaltimento degli stessi, generati dall'uomo sviluppato e quindi in teoria più intelligente.

Il bianco diviene per Andrea Francolino il colore non colore, una sorta di bene negato, di purezza che assume la fatale e spietata sembianza dell'avidità; quell'egoismo ed individualismo, che così bene identifica il mondo sviluppato dei giorni nostri, concentrato solo su se stesso e sempre più asetticamente apatico ed incolore.

La silenziosa visione dell'opera, come afferma lo stesso Francolino, a cui è indotto il fruitore, viene evidenziata dal bianco, dalla voluta assenza del brand sui prodotti e dalla ruvida malignità umana, che ritroviamo anche nelle opere realizzate per mezzo di cemento grezzo. I packaging qui rimangono i protagonisti, ma al posto del brand viene "sigillato" su ognuno di essi il termine che delinea ed esplica gli elementi inquinanti e di conseguenza tossici e nocivi, che lo stesso uomo "produce con tanta cura".

Il packaging diviene cemento, come il pane diviene carne e come corpi crocefissi, i prodotti cementificati assumono al loro interno l'essenza nociva dell'essere, che messo in croce redime sè stesso e si spera, abbia la capacità di salvare il prossimo.

Il calcestruzzo costituisce anche l'ossatura della determinante opera che riproduce la mappa di uno dei più grandi centri commerciali al mondo. Il Mall of America, detto anche MOA, si trova negli Stati Uniti ed è il centro commerciale più visitato al mondo, con quaranta milioni di visitatori ogni anno. Un luogo, o meglio un "non luogo" immenso, che Andrea Francolino ha scelto come emblema di quella società spesso piacevolmente attratta ed allietata dal superfluo, dall'effimero e che tenta invano di procrastinare il giorno della resa dei conti. Il tempo tuttavia per definizione non ha nessuna pietà, trascorre inesorabile modificando, rovinando e quindi alterando le fattezze primigenie. Il centro commerciale diviene così sinonimo di un territorio dove regna l'alienazione, la standardizzazione, una zona artica ed impersonale come il cemento, crepato dalla mancanza di emozioni reali, che pare assumere le sembianze di un labirinto all'interno del quale si è perduta la singola identità o una sorta di Stele di Rosetta del terzo millennio, imprescindibile per la decifrazione dell'uomo contemporaneo.

Alberto Mattia Martini